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#ZittieBuoni: Festa dei Lavoratori o del Lavoro Rimandata

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Abbiamo festeggiato la Liberazione da reclusi e oggi siamo pronti a celebrare la Festa dei Lavoratori da disoccupati, indebitati, sfruttati, invisibili. Insomma è un po’ come se in quel 5 maggio del 2002 noi interisti fossimo partiti per una sfilata, nonostante quel 4-2 che ci costò lo scudetto all’ultima giornata! Lasciammo le auto addobbate a festa e ce la svignammo nei vicoli. Non aveva più senso accendere i motori di quelle auto. Non aveva più senso festeggiare una vittoria altrui. Nel calcio, una vittoria sfumata non è altro che una sconfitta!

La sconfitta dei lavoratori oggi è evidente ed indiscutibile, eppure siamo diventati così “Resilienti” da festeggiarci, pur sapendo che l’urto del liberismo non ci sta solo rompendo, ci ha già spezzati in frantumi.

Ma il problema è innanzitutto terminologico. Vi siete mai chiesti se il Primo Maggio si festeggi la “Festa del Lavoro” o la “Festa dei Lavoratori”? Ora, la differenza può sembrare banale ma non lo è. Festeggiare il lavoro significa dare per scontato che questo sia un bene assoluto, qualsiasi sia il lavoro, qualsiasi siano le condizioni lavorative, qualsiasi siano le rinunce che in suo nome un uomo è disposto ad accettare. Celebrare il lavoratore, invece, significa festeggiare sé stessi in quanto appartenenti a questa categoria.

Ho sempre preferito la festa dei lavoratori ma, allo stato attuale, entrambi i festeggiamenti andrebbero rimandati, proprio come facemmo noi quel 5 maggio.

Non v’è da festeggiare il lavoro idealizzato come unico mezzo per raggiungere la felicità (tradotta in denaro), e non v’è da festeggiare i lavoratori se questi, per il legittimo fine di portare quel famoso pezzo di pane a casa, sono disposti a pensarsi come macchine.

Ma, soprattutto, non v’è nulla da festeggiare se una lotta di classe non è più attuabile. Chi lotterebbe contro chi: il cameriere in cassa integrazione contro il ristoratore indebitato fino al collo? Il commesso contro il proprietario di un negozio di abbigliamento in cui le persone preferiscono non provare i capi perché ormai possono ordinarli su qualsiasi piattaforma e restituirli in caso la vestibilità non sia di loro gradimento? I dipendenti dei parrucchieri che, mentre questi ultimi si vedevano bene dal rischiare la propria attività, giravano porta a porta ad offrire a basso prezzo tagli e pieghe pur di guadagnare qualche misero euro? Gli operai delle piccole imprese che, non riuscendo a farsi carico dell’anticipo del credito e delle pratiche burocratiche, stanno cedendo tutti gli interventi nel settore edile ai pochi grandi in grado di sguazzare in questo sistema?

In una lotta che si rispetti alla fine si può identificare un buono e un cattivo. In questi anni no: si distinguono solo tanti disperati da pochi grandi colossi. In una lotta che si rispetti c’è chi fa della forza fisica la sua arma e chi invece si difende con l’intelletto. In questi anni no: ore ed ore di palestra, steroidi, beveroni, esercizi e dieta corretta servono solo per i Selfie. Per non parlare degli intellettuali: quelli sono capaci di dire in diretta televisiva ad un ristoratore disperato di “organizzarsi come meglio crede contro il monopolio del delivery, se questo la fa star male”.  Sì l’ho sentito davvero!!!

Ma che fosse un anno sbagliato per festeggiare il lavoro o i lavoratori si era capito anche da altro: il primo maggio capita di sabato e, pertanto, noi lavoratori non ne ricaviamo nemmeno un bel ponte lungo!!!

Elisabetta Ciminelli

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