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#ZittieBuoni: Neanche i bambini cadono più

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Nei primi tre anni di vita dei bambini la quantità di abilità emergenti è superiore rispetto a qualsiasi altro periodo della vita. E’ in questo arco temporale, infatti, che si concretizza l’80% dello sviluppo neuronale ed è in questo arco temporale che, tra tutti i processi maturativi, tutti notiamo con simpatia ed ebete stupore, come se questo non fosse un processo naturale, le prime produzioni verbali e i primi atti motori. Basta guardare gli stati Whatsapp o Facebook di madri, padri, zii, nonni, prozii e tutto l’albero genealogico, per gioire di questo affascinante spettacolo che è la crescita.

Questa sera, senza alcuna velleità scientifica, ho iniziato a studiare la spettacolarizzazione social delle prime conquiste dei bambini: c’è il bimbo che diventa bipede, il bambino che legge, la bambina che ammicca alla fotocamera, il bambino centauro sulla moto (sostenuto da due braccia che cercano di farsi invisibili), la bambina che ride con una canzoncina stonata, e tanti folletti fatati, ridenti e perfetti. Ce ne fosse uno che cade, uno che strilla, uno che dice “io ando” o “ho romputo” (errori tipici causati dal fenomeno dell’iper-regolazione). Niente tutti perfetti! Nessun Errore. Nessun Fallimento. Ma sti bambini non cadono più? E se non cadono, e non fanno errori, come avviene il loro processo di apprendimento? In realtà non penso che questi bambini non cadano, ma figurati se stiamo lì a rappresentarli nei loro errori, nei loro fallimenti! Ed ecco, a partire dai nostri profili social, la negazione del fallimento, che poi è insito nell’esistenza stessa. Eppure, chissà per quale strana ragione, non è tollerato dalla nostra cultura.

C’è chi vede nell’etimologia della parola stessa, (“Fallire” dal latino “Fallere”, ingannare), racchiuso tutto il sentimento negativo nei suoi confronti. Il diritto societario italiano non ha aiutato, considerando che solo nel 2020 è stato sostituito il termine “Fallimento d’Impresa” con “Liquidazione Giudiziale”, proprio per evitare che la connotazione screditante del termine “fallimento” influisse sulla sfera privata dell’imprenditore, e sulla negazione del fattore di rischio insito nell’attività di impresa. Ma l’accortezza linguistica è troppo recente per generare già un cambio di pensiero. In Italia l’insuccesso è marchiato a vita, mentre in altre culture si parla di nuove opportunità, di reinventarsi. Su questo (e solo su questo), forse abbiamo qualcosa da imparare dal popolo Americano, un popolo che guarda al fallimento come ad un passaggio intermedio, addirittura inevitabile: proprio come la caduta del bambino ai primi passi. Anche i cugini francesi vivono l’insuccesso con più leggerezza, ma d’altronde loro liquidano il fallimento con un “échec”, uno “scacco matto”, un re che muore, che non è per forza un evento negativo.

Il rifiuto del fallimento, generalizzato nella nostra cultura, diventa ancor più categorico in un altro ambito: quello sessuale. E’ proprio qui che la paura di “smentire” i propri istinti innati, di scoprire un “handicap” colpisce nel profondo. E’ proprio qui che il mancato compimento dell’atto diventa tabù. Pare ovvio che, laddove un istino naturale venga meno, la preoccupazione si acuisca, ciò che è meno ovvio, e non saremo di certo noi ad interpretarlo, è capire perché quest’ansia da prestazione sessuale si faccia sempre più pressante. Sarà che in un mondo performante, non possiamo sbagliare proprio nelle performance per le quali siamo nati? Sarà che in una società in cui si premia la velocità, questa influisca su un sesso sempre più “consumato” che appassionato?

Non sarà che, in un mondo che diventa palcoscenico, allontanandosi anni luce dalla vita reale, tutti siamo costretti ad esibirci al meglio? Essere attori e interpreti di se stessi non sarà forse già abbastanza frustrante, figuriamoci poi, dover pensare al gradimento del pubblico pagante? E se solo i vincenti restano in scena, eccoci lì ad edulcorare tutto con filtri bellezza, frasi perfette, costumi e maschere, per poi scoprire che dietro le quinte, senza copione, si consuma il vero fallimento: quello dell’essere meno umano e più teatrante, o peggio, più algoritmo.

Quante domande, penserete, e nessuna risposte. Eh ma noi quelle non ce le abbiamo, le cerchiamo nella musica, nelle nostre e vostre proposte. Ma questa volta il processo è stato diverso, forse ancora più intenso. E’ proprio dalla musica, e dall’ansia da prestazione generata dall’imminente calcio d’inizio dell’Europeo (diciamoci la verità, la viviamo tutti un po’ come se su quel rettangolo verde ci entrassimo in prima persona, siamo il dodicesimo in campo) che è nata la voglia di parlare di fallimento. Precisamente dall’ascolto in radio delle parole di Diodato dedicate a Baggio, “Lo so potrà sembrarti un’esagerazione, ma pure quel rigore, a me ha insegnato un po’ la vita”. La frase si riferisce al rigore sbagliato da Baggio nella finale mondiale del ’94 e racconta di quello che tutti apostroferemmo come un fallimento. Qui il sentimento comune di disprezzo, lascia spazio ad una lezione di vita in cui l’ascoltatore, o meglio lo spettatore trepidante in piedi davanti lo schermo a tubo catodico di quel triste 17 luglio, impara, attraverso gli insuccessi del suo idolo, ad accettare se stesso come essere fallibile. Impara a vedere “L’uomo dietro il campione”. Tornando ai bambini, da cui siamo partite, è quello che dovremmo ricordare quando educhiamo: bisogna educare sì al successo, ma per farlo è necessario educare all’errore. Errare significa spostarsi, ci dice che così non funziona, ci invita a cercare altro, a fare meglio, gli errori restano solo fino a quando non li correggo, se li correggo oggi, modifico il mio futuro. Gli errori non sono colpe, sono segnali preziosi!

In quel mondiale, in qualche modo, si è consumato l’insuccesso di un altro idolo del calcio italiano, di un altro Roberto: Roberto Mancini, il grande assente del ’94. Ecco Roberto, “Lo so potrà sembrarti una contraddizione, ma pure una vittoria, quest’anno ci può rallegrare un pò la vita”, che tanto di insuccessi da cui imparare a rialzarci, in Italia, ne abbiamo già abbastanza.

Ps. A proposito di imparare a rialzarsi, forse oggi non vi abbiamo detto nulla di nuovo. Forse, volutamente, siamo state meno maleducate del solito, ma è solo perché scrivendo abbiamo capito che stavamo creando per noi stesse un esercizio di benessere: stavamo imparando a umanizzare un idolo, scovare i suoi e i nostri fallimenti e le sue e nostre imperfezioni per cercare di umanizzare ed accettare il disastro meraviglioso che siamo, consapevoli che “bisogna avere un caos dentro per generare una stella danzante” (Nietzsche) .

#LeScostumate

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